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Le imprese più inclusive sono di certo le più competitive

BOnBoard intervista il deputato del Partito Democratico (PD) Khalid Chaouki

“Le imprese più inclusive sono di certo le più competitive e un approccio alla gestione delle risorse umane finalizzato alla valorizzazione delle differenze di cui ciascun individuo è portatore è certamente una strategia vincente”

1)      La Camera dei deputati ha approvato lo scorso ottobre la riforma della legge sulla cittadinanza, questo sarà il primo passo per creare veramente una società multiculturale di diritto:

A – Come cambierà a livello pratico la vita di queste persone?
La vita di queste persone cambierà di molto, e in meglio. Basti pensare che nelle scuole italiane negli ultimi 15 anni il numero di studenti di origine straniera si è quadruplicato, arrivando a 800.000, di cui la maggioranza è rappresentata da giovani appartenenti alla cosiddetta “seconda generazione”. Sono giovani dall’identità spesso frammentata, figli di un’Italia che fino ad oggi non li ha mai pienamente riconosciuti.  Ragazzi che rischiano di non sentirsi davvero italiani, perché non hanno i diritti connessi al riconoscimento della cittadinanza. Soprattutto da adulti, il mancato possesso della cittadinanza compromette il diritto della persona di vivere una vita piena: ad esempio, una volta maggiorenni, non ci si può iscrivere agli albi professionali per lo svolgimento di determinate professioni, né si può votare o essere eletti, pur avendo vissuto tutta una vita in Italia. E per ottenere questi diritti insieme alla cittadinanza, fino ad oggi era necessario affrontare un vero percorso a ostacoli.
B-      Quante persone si prevede che richiederanno la cittadinanza?

Sono quasi un milione i giovani nati in Italia da genitori stranieri, o che hanno vissuto nel nostro Paese la maggior parte della loro vita. Fino ad oggi sono stati “respinti” da una burocrazia che li ha fatti sentire stranieri nella propria nazione, ma finalmente ora le cose cambieranno. La legge, ora in Senato, è stata pensata soprattutto per i ragazzi nati in Italia da genitori stranieri o arrivati prima del compimento del dodicesimo anno di età che abbiano alcuni requisiti, tra i quali la frequenza scolastica e il possesso da parte di almeno un genitore del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lunga durata.
C-      Perché questa riforma è vantaggiosa per l’Italia?

L’Italia è già un Paese multiculturale e multireligioso, e la riforma farà compiere al nostro Paese un bel salto in avanti di almeno 25 anni. Si tratta di dare un riconoscimento legislativo allo status quo, garantendo a tutti coloro che sono nati in Italia o che in Italia sono cresciuti e hanno studiato tutti i diritti, ma anche tutti i doveri connessi allo status di cittadini. La legge che introdurrà lo ius culturae gioverà a tutti, perché favorirà l’integrazione e limiterà i casi di emarginazione e isolamento. Che, come vediamo dalla cronaca recente, possono anche sfociare in episodi di radicalizzazione.
D-     Come cambierà la società italiana?

Senza dubbio, cambierà in meglio. Siamo già un bellissimo melting pot di culture e tradizioni differenti, ma spesso capita che questo bel mosaico non venga valorizzato, che le minoranze vengano relegate e marginalizzate nelle periferie delle nostre città e finiscano per sentirsi definitivamente “straniere”. Questa legge è un primo, fondamentale passo per creare una società più unita e inclusiva, certamente rispettosa delle differenze, ma anche in grado di valorizzarle, partendo da una base di diritti e di doveri comuni a tutti e soprattutto da un comune senso di appartenenza.

2)      Lei è nato in Marocco ed è arrivato in Italia quando era un bambino, si riconosce nelle “seconde generazioni”?

A-B- E’ questo un termine corretto? Le “seconde generazioni sono ben rappresentate dietro questo titolo?

L’espressione “seconde generazioni” deriva dall’inglese: “first generation” e “second generation” sono concetti sociologici introdotti all’inizio del Novecento. Eppure, se ci si pensa, parlare di “seconde generazioni di immigrati” è in qualche misura contraddittorio, perché chi è di seconda generazione non ha mai affrontato l’esperienza della migrazione: è semplicemente nato da genitori stranieri. Inoltre, è sempre rischioso affidarsi ciecamente a “etichette” di questo tipo, quasi connotando una persona sulla base dell’appartenenza etnica dei genitori o dell’esperienza migratoria vissuta dalle loro famiglie. L’orgoglio delle proprie origini è sacrosanto, ma oggi l’obiettivo dovrebbe essere proprio quello di considerare i ragazzi della “seconda generazione” cittadini come noi, parte integrante della nostra società.

3)       L’ultimo rapporto annuale sulla scuola realizzato dal Ministero dello Sviluppo con la collaborazione della Fondazione Ismu, indica che la scuola italiana sta diventando sempre più multiculturale, non solo per l’origine degli alunni, ma anche per l’offerta formativa e le strategie che si stanno seguendo.

A-   Lei è d’accordo con quest’affermazione?

Certamente: la scuola italiana è sempre più multiculturale. Negli ultimi 15 anni, si è quadruplicato il numero di studenti di origine straniera nella scuola secondaria di secondo grado, sfiorando gli 800.000. Nel 2014-15, gli italiani di origine straniera erano il 55% della popolazione scolastica complessiva, e l’84% dei bimbi figli di immigrati nelle materne sono nati in Italia. Come si vede, si va sempre più verso la stabilizzazione di un fenomeno che è molto altro dall’immagine-stereotipo del “barcone”, tristemente nota a tutti noi. La sfida maggiore per la scuola italiana è quella di fornire nuovi strumenti per fornire una prospettiva interculturale e inclusiva, e ci sono già molti e buoni esempi di questo approccio. Certamente, si deve fare sempre più e sempre meglio.

B – In che aspetti la scuola italiana è veramente multiculturale e dove c’è ancora tanto da lavorare?

La scuola italiana ricerca sempre più metodi didattici innovativi e aperti al cambiamento, capaci di includere tutti gli studenti rispettando le loro specificità. Un bell’esempio è l’Istituto Carlo Pisacane di Roma, un bellissimo laboratorio di multiculturalismo e un buon modello di integrazione. Un esempio che però non è sempre facile da replicare, perché richiede una sostanziale ridiscussione del modello didattico tradizionale, e l’impegno ad affrontare sfide complesse: si pensi alle difficoltà legate all’inserimento di ragazzi stranieri adolescenti. Le ombre, di certo rimangono, a partire dai tassi di ritardo scolastico ancora elevati e l’orientamento delle seconde generazioni soprattutto verso gli istituti professionali. Troppo spesso, l’inserimento degli immigrati è rimasto confinato a iniziative con carattere di marginalità ed eccezionalità, orientato verso bisogni specifici, senza riuscire a modificare l’impianto stesso della vita scolastica. Al contrario, le migliori esperienze pedagogiche mostrano che l’integrazione degli stranieri costituisce un’occasione insuperabile di diversificazione delle strategie didattiche, ampliamento culturale e apertura della classe. Proprio per questo, bisogna dare agli insegnanti tutti gli strumenti per rendere la scuola sempre più un laboratorio di accettazione, rispetto e mobilità sociale.

4)       Attualmente in Italia risiedono legalmente più di 5 milioni di stranieri, tra questi, molti sono i talenti che potrebbero contribuire all’internazionalizzazione delle imprese e non solo….

A- Perché in Italia questi talenti multiculturali non vengono ancora riconosciuti e talvolta rimangono nascosti o addirittura sottoutilizzati?  In altri paesi, come Francia, EEUU e Canada, questo problema non è così evidente e ci sono più chance di emergere e di fare carriera. Qual è la sua posizione su questo tema?  In che modo si potrebbero promuovere le seconde generazioni?

Senza dubbio l’Italia ha ancora molta strada da fare in tema di integrazione e valorizzazione dei talenti multiculturali. Ma il trend è positivo: nel 2015, le imprese individuali aperte da cittadini nati fuori dell’Unione Europea sono aumentate di quasi 23mila unità, portando il totale di queste realtà a superare quota 350mila. Cinque anni fa, a fine 2010, erano 100mila in meno. Certamente, dobbiamo fare sempre meglio, e certi Paesi possono esserci d’esempio. L’importanza di questo tema è attestata anche da uno studio del Censis, secondo cui senza immigrati non solo il Paese invecchierebbe, ma perderebbe anche 400.000 imprese. Un dato che dimostra come in Italia chi sceglie di rimanere sul territorio nazionale riesce spesso a integrarsi. Il Censis parla in proposito di “modello di integrazione molecolare”, dove non esistono concentrazioni di popolazione straniera tali da creare “etnodisagio”. E’ questo il modello che dobbiamo portare avanti, perché anche il lavoro diventi una forma di condivisione e inclusione e non di ghettizzazione.

B- Il suo pensiero su come un background multiculturale può beneficiare un’impresa.

Multiculturalismo significa anche saper condividere le diversità nel rispetto reciproco. Da culture diverse, differenti tradizioni e molteplici approcci ai problemi e alle loro soluzioni non possono che svilupparsi modelli di arricchimento per le imprese, specialmente in un mondo sempre più vario e globalizzato. Le imprese più inclusive sono di certo le più competitive e un approccio alla gestione delle risorse umane finalizzato alla valorizzazione delle differenze di cui ciascun individuo è portatore è certamente una strategia vincente.

6)      Tra dieci anni secondo lei l’Italia sarà più multiculturale? Qual è a suo avviso, il percorso più giusto da intraprendere perché l’Italia sia anche più competitiva?

L’Italia sarà sempre più multiculturale, e questo non può che costituire un’enorme ricchezza per il nostro Paese. Pensiamo a un dato: le imprese di immigrati sono cresciute del 49% dal 2008 ad oggi, e si calcola che gli immigrati versino nelle casse dell’INPS circa 11 miliardi di euro. La scuola e il lavoro devono essere i principali laboratori di multiculturalità, integrazione, innovazione e mobilità sociale: è questa, a mio avviso, la strada per rendere l’Italia sempre più competitiva. E la legge sulla cittadinanza, in questo senso, contribuirà a costruire le fondamenta perché ciò possa avvenire.

 

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Building a multicultural community (in italian)

Intervista a Luciano Serra, CEO di B On Board

Quali sono i valori di B On Board e come nasce?

B On Board nasce dalla considerazione che vivendo in un mondo sempre più globalizzato, la multiculturalità, sia degli individui, che delle organizzazioni sia un valore e sempre più un vantaggio, anche competitivo anche in termini aziendali. Questo dev’essere compreso anche dalle imprese italiane che sono sempre più coinvolte nei processi di internazionalizzazione, ma che, allo stesso tempo, rispetto alle imprese di altre nazioni occidentali, sono un passo indietro in termini di approccio, di multiculturalità, di conoscenza della lingua, di presenza sui mercati internazionali. Quindi tutto parte da un ragionamento molto semplice rispetto a tutto quello che è il valore implicito associato alla diversità, che se ben gestita, porta a ricadute di natura economica e sociale. Diversità vuol dire diversità di lingua, cultura, mindset che rendono più intelligenti, più competitive e più adattative alcune aziende. Questo è un lato della medaglia, ma poi c’è il risvolto sociale: favorire l’integrazione tra diverse culture, valorizzare il contributo di talenti di origine straniera che vivono nella nostra società, che possono essere cittadini nati in Italia da genitori di altri paesi oppure che si sono trasferiti dopo la nascita per studiare o lavorare. Abbiamo un patrimonio di risorse importante e che cresce in termini di dimensione, perché il numero di stranieri residenti in Italia che sta crescendo molto, ma anche in termini qualitativi, perché c’è la fascia alta che ormai è professionalizzata, che ha studiato nelle nostre università e magari ha preso anche il master e queste persone, oltre ad avere tutte le competenze degli italiani possono portare in aggiunta anche la seconda cultura che può essere utile per le imprese per andare all’estero e diffondere i propri servizi in giro per il mondo.

Il 2015 è stato l’anno di Expo,che ha attratto a Milano milioni di persone e migliaia di aziende da tutto il mondo. Le aziende italiane hanno saputo cogliere questa opportunità per incontrare controparti straniere?

Sicuramente Expo ha rappresentato un’opportunità per le aziende che si internazionalizzano e diversi operatori sia pubblici che privati hanno organizzato programmi di incontri tra delegazioni di imprese o singole aziende. Noi abbiamo deciso di contribuire, come sponsor e come partner operativo,al più importante di questi programmi, Expo Business Matching, ovvero l’iniziativa ufficiale di matching B2B di EXPO che ha organizzato circa 2.000 incontri tra imprese italiane e imprese straniere, al fine di promuovere lo sviluppo di partnership commerciali con l’estero. E’ stata un’iniziativa di grandissima rilevanza, la più grande mai realizzata in Italia. Peraltro nelle precedenti edizioni dell’Esposizione Universale non si era mai sfruttato il passaggio di milioni di visitatori stranieri, molti dei quali manager ed imprenditori, per favorire il contatto in maniera strutturata con le aziende. E’ stata davvero una bella idea che EXPO, camera di Commercio di Milano, etc. hanno avuto. B On Board ha contribuito con le sue competenze specifiche nell’ambito della multiculturalità: è stato il nostro personale che ha guidato e gestito i meeting, facendo mediazione culturale e linguistica in nove lingue straniere.
Proprio la relazione che si è stabilita tra tutti i mediatori linguistico-culturali che hanno lavorato con noi sul progetto ci ha portato a lanciare alla fine di Expo una community di talenti multiculturali, chiamata “You Multicultural” . Siamo convinti che possa rappresentare un canale innovativo per individuare giovani multiculturali ad alto potenziale da selezionare e presentare alle aziende in fase d’internazionalizzazione e al tempo stesso ci consentirà di offrire alle imprese la possibilità di partecipare ad incontri dedicati in cui confrontarsi direttamente con esperti multiculturali per esporre i propri progetti internazionali e raccogliere suggerimenti ed osservazioni in un modo fresco, social e collaborativo.

In ultimo: dal suo punto di vista privilegiato, le sembra che gli occidentali comprendano le opportunità del continente africano e nel suo sviluppo o piuttosto lo considerino, o siano abituati a considerarlo unicamente teatro di problemi?

E’ indubbio che vi siano difficoltà di questo tipo: difficoltà di comprensione e di interpretazione da parte del mondo occidentale e soprattutto, direi europeo… poi noi in Italia siamo addirittura sotto la media europea per quanto riguarda gli investimenti nel continente africano. Da un lato non c’è dubbio che la storia recente, fatta di guerre civili ed instabilità abbia generato una percezione dell’Africa che poi diventa difficile nell’immediato cambiare nella mente delle imprese italiane. Purtroppo ci vuole un po’ di tempo perché il management delle nostre aziende cancelli il passato e comprenda che c’è stata un’evoluzione molto rapida, specie in alcuni paesi che sono diventati ormai paesi stabili sui quali è giusto e si deve andare ad investire. Pensiamo alla Cina: rispetto ai cinesi che hanno capito prima di noi e si sono mossi prima di noi verso il continente africano, addirittura colonizzando porzioni intere del continente, soprattutto quelle sulla costa orientale, dunque più vicine alla Cina e più agevolmente raggiungibili via mare, noi scontiamo sicuramente un ritardo notevole. Stiamo assistendo, però, in questi ultimi 4 o 5 anni a dei progressi importanti: si cominciano a vedere più progetti europei ed italiani che sono focalizzati sull’Africa. Per quanto concerne l’Italia mi sembra di vedere soprattutto tre settori coinvolti: il settore costruzioni e dunque creazione di infrastrutture in questi paesi, la parte impiantistica e poi il settore estrattivo, che in Italia è molto concentrato, ma ad ogni modo in questi tre settori ci sembra di vedere in questo momento stanno attirando di più le imprese italiane verso il continente africano. Tutti sappiamo che l’Africa sarà il continente di maggior crescita in questo secolo, ma noi italiani però scontiamo una certa prudenza, magari eccessiva nel tradurre questa consapevolezza in passi concreti.